[Testimonianza] La conversione del dottor Cappadose

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Un Israelita portoghese racconta come Dio lo ha tratto all’ubbidienza della fede in Gesù Cristo.

No, io non voglio indugiare più oltre, carissimi amici miei, a soddisfare le stringenti domande vostre, e l’impegno che prendere mi faceste di esporvi per iscritto la maniera colla quale il Dio di ogni grazia si è compiaciuto di chiamarmi alla sua conoscenza, di convertirmi dalla morte alla vita, e dalle tenebre alla sua luce maravigliosa. E poiché l’anima mia è profondamente convinta, che non già da lei fu cercato Dio, ma bensì la mano misericordiosa del Signore venne a cercarla, mentre ella era perduta, sarebbe modestia poco lodevole ricusare a voi quello, che comunicato a viva voce, parve servire di qualche edificazione per molti cari amici. I quali riconoscendo in questi fatti l’amore grande del Salvatore per un peccatore miserabile quale io sono, ne furono mossi a render gloria al suo Nome eternamente benedetto. – Per tale unica gloria dunque possa io scrivere queste righe: tale è il voto sincero del mio cuore, e perciò istantemente chiedo al mio Dio di guidare con ogni schiettezza e verità la mia penna; ond’io per grazia sua mi astenga dal cercare invece di Lui me stesso; pericolo tanto più grande per me, che di me medesimo pure dovrò parlare.

Israelita portoghese per nascita, ero io però tutt’altro che zelante per la religione de’ Padri miei. L’educazione mia fu morale anziché religiosa: aveano cercato d’ispirarmi l’orrore del vizio, e l’amore di quella che il mondo chiama virtù… Se adunque fui preservato più tardi da una aperta empietà, lo debbo alla sola bontà di Dio. Cominciai presto a dilettarmi di letteratura e di scienza; e sebbene vivessi fra il mondo, ed appassionato fossi pei teatri, pe’ balli e per ogni godimento mondano, mi piaceva però più assai lo studiare. Imparai pure di buon’ora a conoscere gli scritti di Voltaire e di Rousseau; ma la superficialità, la mala fede, e soprattutto quelle terribili conseguenze de’ loro sistemi, che la storia della rivoluzione francese mi pose sott’occhio, mi premunirono, colla grazia dello Eccelso, contro ogni malefico influsso. Destinato essendo dai miei genitori alla medicina, mi feci un dovere di procacciarmi le cognizioni per quello stato convenienti; ma propendevo sempre più assai verso le dottrine teoriche, e le filosofiche meditazioni. Il circolo de’ miei amici componevasi quasi tutto di giovani che all’esterno professavano il Cristianesimo: i colloqui nostri all’Università versavano sempre sull’Antinomia di Kant, sulla filosofia di Platone, sul sistema di Cartesio: erano insomma tutti astrattezze. Il Signore mi aveva dato fra i miei parenti un amico: (Il signor Dacosta) Israeliti ambedue ed intimi dall’infanzia, in molte cose ci combinavamo, ed avevamo gli stessi amici. Un dotto dell’università di Leida, (Il celebre Bilderdyk) uomo di straordinario ingegno, storico egregio, profondo filosofo, e quel che più conta, vero discepolo del Cristo, radunava intorno di se un crocchio di giovani studiosi. L’amico mio che già da molti anni lo conosceva, era al pari di me fra i suoi uditori. Ei mi onorò di parziale affetto: i discorsi ch’io tenni con lui non hanno contribuito poco nella mano di Dio a volgere il mio spirito verso gravi argomenti; e sebbene innanzi alla mia conversione ei non mi parlasse mai di Cristianesimo, operò molto e salutarmente nel mio cuore. L’anima sua vivace e fervente, i suoi nobili sentimenti, il modo suo potente di argomentare, le vaste e profonde sue cognizioni, e il desiderio suo ardentissimo di giovare alla gioventù, ci avevano compreso di ammirazione e d’affetto: ma l’elemento religioso, se così posso esprimermi, non era ancora entrato nell’anima mia.

A dir vero però, già fin dalla mia puerizia, verso l’età di nove anni, avevo sentito un certo bisogno di pregare; e per meglio intendere quello che io leggevo, avendo chiesto ai miei genitori israeliti un libro di preghiere francesi od olandesi, indussi mio fratello e mia sorella a fare lo stesso: cosa tanto più degna di maraviglia, perché nella casa paterna rarissimamente avevo avuto occasione di veder pregare coloro che mi stavano intorno. D’allora in poi, non ostante i cambiamenti avvenuti nella mia vita esterna, anche nel tempo de’ miei studi non ho mai trascurato questo dovere; ma posso dire che fino al momento in cui il Signore mi chiamò, tutto il mio culto si ristringeva ad una preghiera, formula abbastanza buona, la quale finiva colle seguenti notabili parole: “Aspetto la tua liberazione, o Signore”. Quel libro io l’ho conservato, e non posso gettarvi gli occhi senz’essere commosso, e senza adorare la bontà del Salvatore che si è degnato concedere a me omai provetto, quello che bambino di nove anni, senza troppo sapere ciò che io chiedessi, imploravo ogni sera da Lui.

Nel tempo de’ miei studi, ebbi talvolta momenti di straordinaria commozione che mi sono rimasti profondamente impressi nell’anima. Ogni sabato sera, mi ricordo, una povera donna era solita cantare sulla strada de’ salmi per eccitare chi passava a pietà: io più volte all’udire quel canto lasciavo i libri e lo studio, e quasi tratto a forza, me n’andavo alla finestra, dove rimanevo lungamente immobile, preso da una commozione che io non saprei definire; lo stesso mi accadeva all’udire la domenica mattina il canto dei salmi alzarsi da una chiesa vicina a casa mia.

Frequentavo il teatro. Una sera davano il Giuseppe in Egitto: appena ebbi udito le prime note della preghiera mattutina imitata dall’ebraico, compreso di straordinaria commozione mi sentii sgorgar dagli occhi le lagrime. Ahimè! era un’illusione… Presto a quel sogno soave tenne dietro un dolore profondo. Alla sinagoga, ove per umano rispetto intervenivo, nulla mi commoveva; anzi tutti quei riti che nulla mi dicevano al cuore, quel poco rispetto, quei gridi, quei canti sì poco armonici, e finalmente l’uso di una lingua della quale tre quarti almeno degli astanti non intendono neppure una sillaba, tutta quella esteriorità senza anima e senza vita mi disgustò tanto, che cessai di andarvi regolarmente, poiché l’ipocrisia mi ha mosso sempre ad orrore.

Il tentatore frattanto, quasi prevedendo quello che dopo alcuni anni doveva accadere, per distorre con una falsa sodisfazione dal vero obbietto l’attenzione nostra, messe in cuore all’amico mio ed a me di mutar vita. Nemici ambedue delle mezze misure, ripugnandoci quel giudaismo moderno, che aveva inventato l’arte di osservare o trascurare a comodo le varie prescrizioni della legge mosaica, proponemmo risolutamente di diventare veri israeliti, rigidi osservatori di ogni articolo della legge; e stando imperterriti innanzi ad ogni autorità, costringere i cristiani a rispettare la ebraica nazione. L’orgoglio nazionale, per cui nella mia prima infanzia, vedendo afflitta mia madre, solevo dirle: Mamma, consolatevi: quando sarò grande vi condurrò a Gerusalemme; l’orgoglio nazionale, dico, crebbe a dismisura in quel tempo, e ci teneva luogo di tutto.

Con siffatta disposizione di spirito, con siffatti proponimenti intraprendemmo l’assidua lettura della Bibbia. Ma, oh vergogna! oh miseria delle anime non convertite ancora! Non ci fu possibile d’oltrepassare la Genesi! I motteggi continui, lo spirito beffardo, e spesso perfino (o Signore, non entrare in giudizio con noi!) perfino la bestemmia eran sulle nostre labbra invece della preghiera! Onde io dissi all’amico, esser meglio rinunziare alle nostre letture, che farle in tal guisa.

I grandiosi nostri disegni svanirono come fumo. Nel 1818 terminai gli studi; e laureato in medicina, lasciai l’Università, ove non avevo speso affatto inutilmente il mio tempo, per tornare ad Amsterdam, mia città natale. Le più liete speranze mi sorridevano: una bella ed onorata carriera mi si apriva dinanzi. – Avevo uno zio, medico fra i più accreditati dell’Olanda, versato in letteratura, e per opinione nell’arte, e per autorità di aderenze, accetto alle prime famiglie ed al pubblico. Privo di figli, aveva preso me per figlio e per successore; ond’io ben presto potei entrare in relazione con moltissime famiglie: gente civile assai, ed onorevole, ma che professavano soltanto all’esterno il Cristianesimo, conducendo poi una vita affatto mondana. Sebbene però per parecchi anni io abbia frequentato assai più i Cristiani che i miei, nessuno mi disse mai una sola parola del Cristianesimo: gli amici ed i colleghi coi quali io passavo parecchie serate mi pareva non avessero la minima idea di religione. Una volta, mi rammento, caduto il discorso su quell’argomento, vedendoli far pompa della loro incredulità, e parlare con pochissimo rispetto di Gesù Cristo nostro Signore, ne mostrai maraviglia, aggiungendo, che io, come israelita, non credevo di certo in Gesù Cristo, ma che agli occhi miei ogni cristiano, il quale non credendo alla divinità di Gesù Cristo continuasse ad adorarlo e pregarlo, era idolatra.

Qualche anno dopo, uno di quei giovani medici, avuta la bella sorte di convertirsi, mi rammentò il discorso di quella sera, dicendomi che si era trovato confuso nell’udire una sentenza così aspra, e tanto meritata sulle labbra di un israelita. Ora egli è uno dei miei più cari fratelli in Gesù Cristo, e va innanzi con molta fede e con molto zelo. O Signore, quanto sono ammirabili le tue vie, e pieni di equità i tuoi giudizi!

Intanto in mezzo alle mie occupazioni crescenti ogni dì, in mezzo a tutti gli agi del vivere ero ben lungi dal sentirmi felice: ero anzi inquietissimo, e via via che mi sentivo stanco dei piaceri del mondo, crescevano in me il desiderio di conoscere e la bramosia di arrivare alla verità in fatto di scienze; ma tutte le indagini, tutti gli studi, tutti gli sforzi per appagare quel tormentoso bisogno interiore rimasero infruttuosi, e lasciarono un vuoto spaventoso nell’anima mia. Nel corso di lunghe notti d’insonnia cagionata da una oppressione di petto, della quale ho molto sofferto fin da giovane, chiedevo a me stesso nei miei tristi pensieri, perché mai fossi sulla terra. Ma cosa è l’uomo? dicevo fra me; non sarei io felice mille volte più se fossi una creatura inferiore, un abitante dell’aria, un verme della terra? Il mio mondo sarebbe più piccolo, è vero, ma non soffrirei quello che ora soffro nell’anima e nel corpo. – Tante volte terminando quella mia preghiera serale, aggiungevo col grido dell’anima: Oh se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita!

Conservo ancora le lettere che allora mi scrivevano due amici, e ci veggo dipinto al vivo quanto in quei tempi io soffrissi. Una di esse comincia con queste parole. “Non posso significarvi, mio caro amico, quanto mi abbia commosso la vostra lettera. Mi pare che la malinconia vostra si volga in disperazione; e con una salute così gracile ed una anima tanto sensitiva a che mai riuscirete voi? Ah! il corpo non reggerà, e temo di vedervi presto soccombere”. Seguivano quindi alcuni consigli, suggeriti per verità da zelo di ardente amicizia, ma difettosi in quello che d’ogni consolazione è forza vera.

Del mio tenor di vita ero scontento: avido di verità, io cercavo da per tutto un principio sicuro, e non vi era giorno in cui non mi vedessi nella deplorabile necessità di riconoscere l’incertezza della scienza a cui m’ero dato. Qual disinganno per me il vedere che gli stessi medici primari andavano sopra una falsariga, operavano solamente per pratica, quasi per tasto, anziché dietro le norme della scienza! I miei clienti avevano in me molta fiducia, e grazie a Dio avevo fatto, come suol dirsi, fortuna; ma non avendo io stesso fiducia nella medicina, passavo i miei giorni in una dolorosissima angustia. Mio zio, quel rispettabile vecchio presso il quale io vivevo, stanco dalle fatiche del giorno, mi vedeva a malincuore passare studiando le ore della sera; talchè io impaziente di darmi ad occupazioni di mio genio, non avendo altro di libero che la notte, presi l’abito di vegliare, che poi mi è stato utilissimo. Intanto tutto quel lavoro notturno non toglieva dall’anima mia il vuoto spaventoso che tanto mi amareggiava la vita: non già ch’io sentissi inquietezza dei miei peccati, poiché altrimenti il pensiero di chiedere la morte mi avrebbe fatto fremere, ma ero sotto il peso e la maledizione del peccato, senza cercarne rimedio, né supporre pure che rimedio vi fosse.

Un giorno io ero andato a vedere un mio amico intimo ammogliato di fresco; egli aveva appunto allora ricevuto una lettera del famoso professore con cui teneva una letteraria corrispondenza. – Vuoi tu, mi disse egli, sentire questa lettera, ed i bei versi che ha composto per me? – Volentieri, gli dissi. – Quei versi nei quali l’amico gli descriveva con forza e soavità le gloriose speranze di Israello, erano difatti sublimi: finivano così:

Amico, sii cristiano, ed io morrò contento.

A queste parole lette sommessamente, mi sentii sdegnato; mi pareva che l’amico mio non ne fosse scandalizzato abbastanza. – Bada, gli dissi, congiurano di sedurci. – E così detto, uscii. Per tutto quel giorno rimasi coll’anima assorta, e perduto nelle mie riflessioni. Io non potevo intendere come mai un uomo di così profondo sapere, potesse credere alla Religione Cristiana; e come colui che per anni ed anni era stato con noi in così stretto consorzio senza parlarci mai del Cristianesimo, che pareva anzi avere tanto rispetto per l’antico Testamento, prendesse a parlare ad un tratto in quel modo all’amico mio. Il mio cuore per natura propenso a diffidare non ci vedeva altro che una scaltra seduzione; e l’idea che l’amico mio non entrasse manifestamente a parte del mio sdegno, mi faceva soffrire.

Cominciai in quel giorno a prendere in mano la parola di Dio coll’intenzione di esaminarla: l’amico dal canto suo fece lo stesso, e tutte le volte che andavamo a spasso insieme, i nostri discorsi volgevano su quei luoghi della Scrittura, che più degni ci erano sembrati di attenzione. Cominciando dall’Evangelo di San Matteo, fui molto maravigliato fin dal principio nel vedere che quell’Evangelista, invece di rovesciare l’autorità del Testamento antico, la prendeva al contrario per base, ed altro non si proponeva che di far vedere nell’adempimento delle profezie l’unità dei due Testamenti.

Così eran passati parecchi mesi, quando noi, confortati ognor più a seguitare indagini che ogni giorno di più c’interessavano, risolvemmo di mettere ad effetto quello che avevamo, per altri motivi e con altre disposizioni, tentato alcuni anni innanzi: cioè riunirci quanto più spesso fosse possibile, per fare insieme la nostra lettura e per comunicarci scambievolmente le riflessioni ed i dubbi. A tale effetto ci ritirammo in disparte nella casa paterna; e non senza una viva commozione, né senza adorare le vie della bontà e della sapienza di Dio, ricordo quei felici momenti, quelle ore sì dolci e sì benedette che passammo insieme, quasi in presenza del Dio dei nostri padri.

Via via che andavamo innanzi, lo zelo e l’interesse crescevano. La mente stanca di infruttuose ricerche, vedeva aprirsi davanti, un campo vasto e nuovo, ove ella entrava con quell’abbandono e con quell’ansietà irresistibile, ch’io più tardi riconobbi per un atto di amore del Padre Celeste, il quale attira con siffatti mezzi al suo figlio carissimo le anime che vuol benedire. Fu questo per me un fatto, una verità d’esperienza, innanzi che io avessi udito parlare di grazia preveniente e d’elezione. Questa meditazione della parola di Dio, divenne alfine per me il più stringente bisogno del cuore. Ma non mi bastava conoscere la verità, sentivo il bisogno di farla mia, di farne alimento vitale. – Sebbene io non sapessi ancora discernere chiaramente quello che dentro sentivo, mi ricordo però di avere avuto dei momenti di rapimento, credendo scorgere sulla mia via segni visibili dell’aiuto e della protezione Divina.

Un giorno l’amico mio ed io eravamo insieme occupati nelle nostre solite indagini, quando ci sorprese mio fratello, il quale scorto sulla tavola presso la Bibbia aperta un libro spagnuolo, sola opera d’uomo che noi leggessimo insieme con la Bibbia, lo aprì e ne guardò il frontespizio: Difesa della Fede Cristiana del professore Heydeck. Appena lette le prime parole: Difesa della Fede… – Che fate voi tutti i giorni insieme? ci disse posando il libro. Volete voi farvi rabbini? – Poi cangiando discorso, se ne andò. Noi vedemmo in questo una protezione di Dio; perché se mio fratello avesse letto il frontespizio per intiero, saremmo stati scoperti, o almeno saremmo caduti in sospetto presso le nostre famiglie.

Un’altra volta io ero nella biblioteca di mio zio, e sempre avido di imbattermi in cosa che riguardasse in qualche modo l’argomento abituale de’ miei pensieri, diedi affretta un’occhiata su quell’ammasso di libri, per trovarne uno che mi parlasse del Cristianesimo. Alfine scopro un gran volume in-foglio col titolo: Justini philosophi et martyris opera, cioè: Opere di Giustino, filosofo e martire. Sebbene io non conoscessi neppur di nome quello scrittore, il titolo di Martire mi dava da sperare che vi troverei qualcosa sul Cristianesimo. Lo apersi, e le prime parole che mi vennero sotto gli occhi furono: Dialogo con Trifone ebreo. Presi a scorrere ansiosamente quel dialogo, e vi trovai una esposizione succinta delle profezie riguardanti il Messia, la quale mi fu utile assai. – Questo pure fu un tratto visibile della Provvidenza, e l’anima mia ne fu vivamente commossa.

Una notte io leggevo il profeta Isaia. Arrivato al capo LIII, fui colpito di tanto viva impressione, vidi in esso, con tanta chiarezza e particolarità, quello che nell’Evangelo avevo letto sui patimenti di Cristo, che veramente credetti avessero sostituito un’altra Bibbia alla mia: non potevo persuadermi che questo capo LIII, il quale può chiamarsi a giusto titolo un Evangelo in compendio, si trovasse nell’antico Testamento. Dopo una tale lettura egli è impossibile ad un Israelita dubitare che il Messia promesso non sia il Cristo. – Ma donde veniva una così forte impressione? Io avevo letto più volte quel capo, ma ora soltanto lo leggevo dietro la scorta dello Spirito Divino. Da quel momento in poi, io riconobbi pienamente in Cristo il vero Messia; e le nostre meditazioni sulla parola di Dio presero un carattere nuovo del tutto. Era quello come il principio, come l’aurora di una giornata magnifica per le anime nostre; il sole stendeva ognor più i suoi raggi di vita, c’illuminava la mente, c’infiammava il cuore, e mi dava già una ineffabile consolazione. Cominciai allora a travedere la spiegazione dei tanti enigmi della vita, che avevano occupato il mio spirito più a fatica e tristezza, che ad ammaestramento e tranquillità. Tutto sembrava riprender vita intorno di me; lo scopo e la ragione del viver mio erano intieramente cangiati. Giorni felici, giorni benedetti dal sentimento della presenza del Padrone, io non vi scorderò mai!… Raramente mi accade di rileggere il viaggio dei due discepoli ad Emaus, senza che quei giorni nei quali l’amico ed io ci riunivamo, quelle passeggiate che facevamo insieme, non si presentino al mio spirito. Noi potevamo dire come que’ discepoli: “Non ardeva il cuor nostro in noi, mentre egli ci parlava per la via, e ci apriva le scritture?”

Ho detto di sopra, che per direzione di Dio ci eravamo astenuti dal comunicare a chicchessia ciò che passava nelle anime nostre, e che ristringendoci a leggere e confrontare la parola di Dio, lasciammo da parte tutti gli altri libri, ad eccezione dell’opera del sig. Heydeck, che veniva da noi regolarmente consultata. Quello scienziato era stato Rabbino in Allemagna. Abbracciato che egli ebbe il cattolicismo, fu eletto professore di lingue orientali a Madrid, ove io credo ch’ei sia tuttora. – L’opera che avevamo fra le mani, scritta in forma di lettere, con molta vita e molta pratica della scrittura, conteneva una difesa del Cristianesimo contro il razionalismo. La lettura di essa ci fu doppiamente utile, perciocchè avemmo luogo di vedere, come quella logica stessa la quale, mentre l’autore confutava i ragionamenti e le massime di un Voltaire e di un Rousseau, procedeva così possente di argomenti e di prove, lo abbandonava poi tostochè ei scendeva a difendere il cattolicismo contro il principio della riforma.-

Nella mattinata, quando mi riesciva di trovare qualche ritaglio di tempo, io mi assentavo sempre per leggere la parola di Dio, perché non ardivo leggerla in presenza di mio zio. Un giorno ero stato in modo più particolare occupato del passo del VII° capitolo di Isaia: “Ecco, la vergine concepirà, e partorirà un figliuolo: e tu chiamerai il suo nome Emmanuel”. – Scendo di libreria, e trovo un medico Israelita amico di mio zio, che lo aspettava nell’anticamera sfogliando una nuova edizione della Bibbia – Ecco, ei mi dice, un passo fatale che noi stentiamo assai ad estorcere ai Cristiani. Era precisamente quel passo di Isaia che io avevo meditato in silenzio. L’anima mia fu vivamente commossa, e riconobbi ancor quì la mano del mio Dio.

E perché, gli risposi, non riconosceremmo noi la verità? – In quel mentre, mio zio entrò. Era l’ora del desinare. – Di che disputate voi? ci dimandò egli. – Il medico glielo disse, e conoscendo quanto mio zio era versato negli scritti dei rabbini, gli domandò ciò che i nostri rabbini dicevano di quel passo. – Oh! un monte di scioccherie, rispose mio zio, alzandosi. E passammo nella stanza vicina, ove il desinare era pronto… Il cuore mi batteva fortissimamente, e dentro di me benedicevo Iddio di avermi fatto udire queste parole dalla bocca di un uomo, la scienza rabbinica del quale faceva autorità fra gli Israeliti.

Tutti questi avvenimenti, condotti dalla bontà e sapienza di Dio, servirono a convincermi sempre più che nel solo Cristianesimo era la verità. Ma ciò che fu da principio un bisogno della mente, era divenuto ora un bisogno del cuore. Il conoscere non mi bastava più, io volevo amare. Allora fu che i raggi del sole di giustizia, il quale si alzava sempre più sopra di noi, m’apportarono con la luce che mi rischiarava, quel calore vivificante e celeste, che ci fa vivere della vita di Dio. Io riconoscevo che mosso d’amore il Signore era venuto a cercarmi, e cominciai pure a sentire i miei peccati, o, per dir meglio, la mia totale miseria. Ma questo sentimento era come assorbito in quello dell’amore Divino. Ero arrivato a tal punto: avevo trovato in Cristo la mia vita, il centro di tutte le mie affezioni, e di tutti i miei pensieri, il solo oggetto capace di riempiere l’immenso vuoto del mio cuore, la chiave di tutti i misteri, il principio di ogni vera filosofia, di ogni verità; la verità stessa.

Via via che lo spirito di Dio mi confermava nella fede, io più sentivo l’infelicità del mio stato: perdere presso mio zio tante ore e serate preziose, che avrei desiderato occupare in ricerche ulteriori, sull’argomento che solo mi interessava! Quell’agitazione sì grande, e l’ardente desiderio che io provavo di confessare apertamente il mio Salvatore, finirono di rovinare una costituzione, che d’altronde non era stata mai molto robusta. Avendomi il mio zio consigliato di andare a respirare, per qualche settimana, l’aria di campagna, accettai volentierissimo la sua proposta. Mia madre, la mia buona madre, che aveva avuto sempre per me una particolare tenerezza, volle assolutamente accompagnarmi.

In quel riposo, in quella libertà di mente, il desiderio di aprirmi alla mia buona madre m’incalzava ognor più. Un giorno dunque essendo a spasso, solo con lei, fatto cadere il discorso sulla religione, con voce tremante ed incerta presi a dirle: – Voi vedete, madre mia, che io leggo molto la Bibbia: e… Chi sa che le profezie non sieno compite, ed i Cristiani non abbian ragione? – Chi fa il suo dovere da uomo onesto, piace a Dio, rispose mia Madre; e tu, figlio mio, bada che l’entusiasmo e l’ardente immaginazione non ti facciano traviare. – Quindi cambiò discorso, evitando scrupolosamente tutto ciò che poteva ricondurci su quell’argomento. Credei che non avesse inteso ciò che io aveva in cuore di comunicarle; ma ella invece, ponderata come ella era e riflessiva, ritenne accuratamente le mie parole, e dopo alcune settimane, tornati che fummo in città, quella povera madre (Signore, perdonale, perché la non sapeva ciò che facesse!) scuoprì celatamente a mio fratello il discorso passato fra noi, esortandolo a guardarsi da ogni seduzione.

Intanto io, tornato a casa, sentivo ognor più la necessità di venire ad una aperta manifestazione dei miei sentimenti; ma con qual cuore potevo io risolvermi di farla a mio zio, a quello zio che mi aveva colmato di benefizi, che mi amava come figliuolo, e vedeva in me il sostegno della sua vecchiezza? Egli era omai molto avanzato in età, aveva un temperamento collerico assai, e non si poteva calcolare quali conseguenze avrebbe avuto in lui una così gagliarda impressione. Posso poi attestare a gloria del mio Dio, che la certezza di rimanere per la mia confessione privo della considerevole eredità che mi aspettava, certezza confermata poi dal fatto, non entrò per nulla nei motivi dai quali ero io rattenuto. Temevo soltanto di dare il tracollo ad una salute che mi stava sì a cuore; e l’idea che le parole mie sarebbero d’un gran colpo a quell’egregio vecchio mi toglieva tutta la forza e l’ardire necessario a spiegarmi apertamente. Certo, se io avessi avuto una fede più salda, avrei vinto tutti gli ostacoli; ma nello stato in cui allora io mi ritrovavo, altro far non potevo che sospirare e gemere in silenzio. In quei tempi di lotta e di guerra interna i miei sospiri si alzavano continuamente verso quel Dio che mi aveva chiamato: lo scongiuravo di venirmi in soccorso, e di appianarmi la via.

Dirò ora come Iddio di misericordia attese alle mie grida, ed ascoltò le voci delle mie supplicazioni. – Dopo pranzo, mio zio aveva uso di farsi dare i pubblici fogli, e leggerli ad alta voce. Un giorno che io ero, secondo il solito, seduto in faccia a lui, in uno stato di abbattimento inesprimibile, lo udii leggere, colla data di Amburgo, un articolo di questo tenore: “Siamo stati testimoni di un fatto molto commovente: un rabbino, dopo avere nella sinagoga annunziato ai suoi Israeliti, come un esame attento dei profeti lo aveva intimamente convinto che il vero Messia era venuto; dopo avere confessata così la fede Cristiana, è stato questi giorni battezzato nella nostra città, e ricevuto ministro della Chiesa Evangelica”. A ciò mio zio aggiunse queste parole, che il mio stato rendeva tanto notabili: Tu conosci la mia maniera di pensare: se costui ha fatto questo passo per un motivo qualsiasi d’interesse, è degno di disprezzo; se per convinzione, ha diritto ad essere rispettato. – Anime sensitive, anime cristiane, che avete la felicità di compatire ai vivi affetti di chi vi somiglia, no, io non posso significarvi ciò che accadde nell’anima mia in quel momento solenne! Io mi sentivo tremare l’impiantito sotto i piedi, e preso di gioia, saltai al collo di quel rispettabile vecchio, gridando: Oh zio mio, sì questi sentimenti è Dio che ve li ispira: il vostro nipote, il vostro figliuolo è nel medesimo caso di quel rabbino. Queste parole io le pronunziai con un tal suono di voce ed un’agitazione tale, che il mio povero zio, stupefatto e spaventato, credè che io avessi perduta la testa. Mi fece quindi sedere sul suo canapè, e dopo essere uscito un momento, quasi per lasciarmi tornare a me stesso, rientrò e parlò d’altro. Ma troppo era assorta l’anima mia, troppo commossa, per prestare attenzione a ciò ch’egli diceva: io mi trattenevo pur senza parlare, col Dio del mio riscatto, perché in quella occasione l’avevo sentito sì presso di me, che starei per dire, lo toccavo con mano.

E mi aveva retto appunto la presenza dell’Adonai dei miei padri, che da quel giorno in poi fece provare all’anima mia una consolazione, ch’essa non aveva ancora provato, una gioia, una forza che le erano sconosciute.

Ben conoscendo però che mio zio, per quanto quella scena lo avesse turbato, non avea dato alle mie parole tutto il peso che esse meritavano, risolvetti, dopo essermi fatto forte nel mio Dio, di reiterargli l’indomani subito la mia dichiarazione. – Eravamo a tavola, secondo il consueto, soli: mio zio mi pareva per vero dire un poco preoccupato, ma mi trattò con tutta la solita benevolenza. Pranzato che avemmo, io mi feci a parlare, ma con molta calma e fermezza, dicendo che mi dispiaceva, non essere stata ben intesa da lui la dichiarazione del giorno innanzi, ond’io mi vedevo costretto a ripeterla, come in presenza di Dio, colla speranza che egli stesso avrebbe un giorno riconosciuto la verità. Allora ogni illusione disparve, e ne seguì una dolorosissima scena. Ei cominciò a picchiarsi il petto, maledisse i suoi giorni, e gridò nell’amarezza dell’anima sua, che io facevo scendere con dolore i suoi capelli bianchi nel sepolcro. Quei rimproveri mi straziavano il cuore; ma il Signore mi diede forza, mi consolò, e mi fece la grazia di poter prodigare a quel caro e venerabile vecchio dei segni di amore e di tenerezza, che lo calmarono un poco. L’indomani ei palesò tutto ai miei genitori, e pare che si intendessero di prendermi colle buone. Chi sa, pensavano essi forse, che schivando accuratamente ogni discorso di quel genere, le idee che egli ha non gli passino? La mia famiglia però presto si accorse ch’egli era impossibile; anzi io cominciai a farmi sempre più animo cogliendo il destro di aprir loro i miei sentimenti, e predicar l’Evangelo. – L’amico mio intimo, che avendo da qualche mese perduto il padre, godeva maggior libertà, fu per me in quel tempo di una grande consolazione.

Mio zio intanto, vedendo che la dolcezza non valeva a farmi obliare le religiose mie convinzioni, e temendo ancora di più la manifestazione aperta della mia fede, ebbe ricorso a mezzi di altro genere, i quali però condussero a resultamenti contrari affatto ad ogni aspettativa sua. Non vi furon sarcasmi, non umiliazioni, né spregi, né durezze ch’io non avessi a soffrire da lui; ma per quanto, ahimè! più di una volta mi accadesse di rivoltarmi sdegnato, posso dire, a lode di Dio, che più spesso ancora mi era data la forza di soffrire in silenzio, e di sfogare il dolor mio nel seno del mio Salvatore, dal quale avevo già attinto sì dolci consolazioni. Né mi lamento io già di quelle prove; al contrario consideravo anzi quei trattamenti, come tante benedizioni di Dio, perché mi confermavano nella fede, e mi dimostravano sempre più la verità dell’Evangelo, la confessione franca ed aperta del quale è sempre stata seguita da persecuzioni d’ogni genere.

Un giorno però lo sventurato mio zio, essendo solo con me, pareva che si studiasse anche più del solito di affliggermi co’ suoi pungenti sarcasmi. Io tacevo: egli incoraggito, od irritato che fosse dal mio silenzio, ardì pronunziare una bestemmia contro colui ch’era divenuto oramai l’oggetto delle mie adorazioni, e fonte perenne di consolazioni all’anima mia. Era tempo di parlare. Mi alzo; e mettendomi davanti a lui: Ora basta, gli dissi; fin qui le beffe e le ingiurie sono state contro me solo, e Dio m’ha dato forza di sopportarle in silenzio; ma se ora voi cominciate ad ingiuriare quello che non conoscete, badate bene; io vi dichiaro dinanzi a Dio, che mi sente, che se continuate a parlare così, io, sebbene non possieda nulla al mondo, vi lascio subito, e non metterò piede mai più in casa vostra. E l’avrei fatto; ma il tuono fermo ed insolito col quale pronunziai queste parole, giacchè posso dire che in quel momento lo spirito di Dio mi eccitava a parlare, produsse il suo effetto. Comunque terribili sieno state d’allora in poi le prove e le tribolazioni fra le quali ho dovuto passare, la bocca di quell’infelice vecchio non s’è aperta più mai per bestemmiare dinanzi a me il nome di Cristo… O voi tutti che leggete queste parole, rendete insieme con me gloria a Dio, che in quest’occasione fece brillare la sua fedeltà verso uno dei suoi poveri figli.

La mia famiglia intanto non si poteva dar pace, vedendo che io, nonostante tutto quello che era stato fatto per isvolgermi, perseveravo nel mio proponimento; e’ mi trattavano con sempre maggiore asprezza, e fu questo il tempo delle prove più dure per l’anima mia. Di rado accadeva che io incontrassi alcuno dei miei, o in casa di mio zio, o presso i miei genitori, che non dovessi soffrire. Un giorno nella casa paterna, mio padre, che spesso portato dal suo focoso carattere m’aveva fatto impetuosi rabbuffi; mi prese per un braccio, e mi condusse in camera della mia povera madre, la quale pel dispiacere s’era ammalata. Mi sembra ancor di vederla seduta in un canto della stanza ed assorta nella più grande afflizione: pareva sopraffatta dal patimento. – Guarda! mi disse il padre, per causa tua!… tu sei il carnefice di tua madre! – Immagini ognuno ciò che io provassi. Io non avevo mai sentito una simile commozione, e, lo confesso, quel che le persecuzioni non avevano mai potuto fare, le lacrime, lo stato deplorabile in cui vedevo ridotta mia madre, avrebbero potuto farlo: sentii che la mia fede cominciava a vacillare, e che il più sicuro mezzo era di fuggire: ebbi un momento di lotta dolorosa, ma finalmente, quasi spaventato di me stesso, esco precipitoso di camera, mi trovo sulla strada, e correndo, senza troppo saper dove andassi, mi avvio verso la porta della città. – Chi sa quale sarebbe stata la fine di questa giornata, se il braccio del Signore non mi avesse fermato? Appena però ebbi messo il piede sul ponte, uno splendido arcobaleno si spiegò dinanzi agli occhi miei, umidi ancora di lagrime, e fermò la mia attenzione. Mirando il segno della Divina promessa, Ecco, dissi fra me, il Dio dell’eterna alleanza. – E nel medesimo tempo, tutte le mie angoscie si calmarono, la mia fede si confermò, e lo spirito di Dio sparse un balsamo di consolazione sulle piaghe del mio cuore. Debole di corpo, ma possentemente confortato nell’anima, tornai indietro, e rientrai sommesso e tranquillo nella casa paterna. Cristo aveva detto al mare in burrasca: Quietati; e subito si era fatta una grande bonaccia.

È agevole intendere quanto questo stato di cose, il quale non poteva durare, dovesse in me afforzare l’ardente desiderio di confessare il mio Salvatore. Già si cominciava a parlar di noi: avevamo cambiato molte consuetudini, non frequentavamo più le medesime compagnie, di rado ci vedevano prender parte ai piaceri dei nostri amici. – Finalmente entrarono in sospetto del motivo; e fu per tutti quelli della mia nazione quasi una pubblica calamità, un grave dolore, poiché tenevano assai conto di noi: eravamo in estimazione presso i nostri, e l’orgoglio nazionale godeva nell’annoverare fra gli Israeliti l’amico mio; giovane pieno d’ingegno, versato in tante scienze, e scrittore di poesie già stampate ed applaudite.

Non tacerò d’un interessante abboccamento che verso quel tempo io ebbi con un rispettabile rabbino, uomo di preghiere e digiuni, smunto dalle macerazioni, e reputato assai per la sua pietà da tutta la ebraica nazione. E’ volle parlare con noi, e ci espose pacatamente alcune obiezioni già da lui stese sul foglio. Non ci fu difficile confutarlo. Vedendo egli allora che gli argomenti non persuadevano, si provò ad operare nei nostri cuori. – Signori, ci disse, alzandosi solennemente, fra pochi giorni i nostri compagni di tutte le parti del mondo prenderanno il sacco e la cenere, per celebrare il gran giorno di propiziazione. Allora ogni Israelita che si umilia dinanzi al nostro Dio, e gli fa una sincera confessione dei suoi peccati, è sicuro di essere ricevuto in grazia: vi invito, o Signori, a riflettervi seriamente; e se, come Israeliti, vi umilierete con rimorso del pensiero che ardiste formare, il nostro Dio vi perdonerà.

Noi fummo commossi, e vivamente commossi del suo zelo, ma gli rammentammo, che ad ogni evento il solo sangue del Messia potuto avrebbe lavare ogni peccato da noi. – Nel punto di uscire, ei ci disse ancora queste notabili parole: Ebbene! signori, ho fatto quello che ho creduto di mio dovere; ora che ci separiamo, a quel che pare, per non rivederci più, non posso a meno di confessarvi che rendo grazie a Dio d’aver trovato ancora ai nostri giorni persone che credono alla Bibbia. – Quindi ci separammo, non senza commozione da ambe le parti. D’allora in poi io l’ho rivisto una sola volta molti anni dopo: al letto di morte del mio povero zio. Non volle però che io sapessi che egli era nella stanza, e si nascose dietro il parato del letto.

Ma finalmente era venuto il momento di prendere un’ultima risoluzione: io non potevo indugiare più a lungo. L’amico mio che era in uno stato affatto diverso, e non aveva incontrata quasi nessuna opposizione, perché suo padre era morto avanti che il nostro segreto fosse pur traspirato, avrebbe voluto aspettare qualche tempo; ma vedendomi oramai risoluto, si unì a me; ed io feci parte del mio proponimento alla mia famiglia. Voleva alcuno che io differissi, che almeno andassi in Germania od altrove, e forse avrei fatto bene a cedere: ma temevo si supponesse in me vergogna del passo ch’io ero per fare, e quindi rigettai ogni simil proposta; solamente ci lasciammo indurre a non ricevere il battesimo nella città ove abitavano le nostre due famiglie, e come in faccia al nostro zio, il quale presiedeva una commissione incaricata dal Re, di sorvegliare agli interessi degli Israeliti di tutta l’Olanda. La nostra scelta cadde naturalmente sulla città di Leida, che aveva lasciato nei nostri cuori sì dolci rimembranze, ed ove abitava, colla sua degna consorte, quel caro e rispettabile professore, gli scritti e i discorsi del quale avevano tanto operato sulle anime nostre.

Partimmo per Leida nel mese di settembre; l’amico mio, la interessante sua sposa, che divideva di cuore le nostre convinzioni, ed io. Fummo ricevuti a braccia aperte, e con un amore veramente paterno, da quei degni amici che avevano preso una parte sì viva nelle nostre lotte. E chi più di loro aveva diritto di entrare a parte della nostra gioia celeste?

Il 20 ottobre 1822 fu il giorno tanto desiderato nel quale fummo solennemente ricevuti membri della Chiesa Cristiana. Per ordine del pastore, rispettabile vecchio, presso il quale avevamo fatto la nostra confessione di fede, erano stati posti innanzi al pulpito e di faccia alla assemblea tre cuscini; là inginocchiati davanti allo Dio dei padri nostri, vero Dio, Padre, Figlio, e Spirito Santo, noi, indegni e miserabili peccatori, avemmo la ineffabile gioia, di ricevere sulle nostre fronti il segno ed il suggello dell’alleanza di grazia, e di confessare in mezzo della chiesa cristiana il nome benedetto di questo grande Iddio e Salvatore, il quale ci era venuto a cercare mentre eravamo perduti! Gloria a Dio.

Il testo scelto dal pastore per la predica di quel giorno era: “Anche in questo tempo dunque vi sono alcuni rimasti secondo la elezione di grazia” (Rom. XI, 4) – Elezione di grazia! Ecco la conclusione delle mie parole: ecco in succinto la storia della mia conversione, anzi di tutte le conversioni: grazia preveniente, grazia che guida, grazia che illumina, grazia che ci concede soffrire pel nome di Dio, grazia che attira verso il Cristo, grazia che dà la fede, grazia che giustifica applicando la giustizia del mediatore, grazia che rigenera, che santifica: grazia per grazia, alla gloria di Dio la di cui libera e gratuita elezione, fatta avanti la fondazione del mondo, è la sorgente e l’unico principio di ogni grazia e di ogni felicità.

Il giorno innanzi di entrare apertamente nella Chiesa Cristiana, prendemmo congedo per iscritto dalla sinagoga. Io diressi ai sindaci della nazione israelitica portoghese una lettera colla quale, dando loro tutto il diritto di non riguardarmi più come appartenente alla sinagoga, protestavo però di rimanere Israelita, ma Israelita che aveva trovato il suo Messia, e non cesserebbe di fare voti sinceri perché i suoi fratelli secondo la carne, ritornassero bentosto al Signore loro Dio, e a David loro re!

Pochi giorni dopo il mio battesimo, ricevei una lettera di mio zio, nella quale mi annunziava che in conseguenza dell’accaduto, e di qualche cambiamento fatto in casa, io non avrei potuto più, tornando in Amsterdam, abitare presso di lui: andassi pure a vederlo, purchè però non gli entrassi mai a parlare dei miei sentimenti.

Tornato ad Amsterdam, presi un quartierino ad un terzo piano: e là, solo col mio Dio, sentii quella pace e quella gioia celeste che sorpassano ogni intendimento.

Qui porrei fine al racconto della mia conversione, se non mi stesse a cuore di riferire ancora, in poche parole, quella del mio diletto fratello. Si vedrà splendidamente manifestata in essa la grazia del Signore.

Fin dal principio del cambiamento che era accaduto in me, quel caro fratello si era distinto in modo vantaggioso dagli altri membri della mia famiglia; non già che ei partecipasse la mia maniera di pensare; tutt’altro: ma voleva che almeno lo scambievole amore non ne soffrisse. – Sempre occupato a placare a mio riguardo gli altri di casa, ei non ha cessato di darmi prove non dubbie della sua tenerezza, non solamente innanzi, ma ancora dopo la mia conversione. Perché, sebbene i duri trattamenti e severi dei quali io era stato l’oggetto, fossero dopo il mio battesimo cessati, io non soffrivo però nientemeno del contegno freddo e sprezzante della famiglia verso di me; e l’opposizione violenta eccitata dagli scritti che fu concesso all’amico mio ed a me di pubblicare nel primo anno di conversione, (scritti nei quali avevamo avuta la grazia di alzare la bandiera della croce, e di proclamare il Cristo, come Dio di pace, e Dio della liberazione nostra) ci aveva fatto per esperienza conoscere fino dal primo ingresso nella religione cristiana la verità di queste parole, che si riferiscono al Cristo: “Ecco, costui è messo per essere un’occasione di caduta e di rialzamento a molti in Israel, e per essere un segno al quale sarà contraddetto”.

Questa opposizione che mi diminuiva assai la clientela, parve addolcire un poco i sentimenti della mia famiglia; la quale però mi trattava sempre con indifferenza e freddezza. Allora fu che quel caro fratello mi consolò colle prove dell’amor suo, e divenne l’oggetto delle mie ardenti supplicazioni: spesso la notte era molto avanzata, ed io non avevo ancora cessato di pregare per lui. – Quando io ero malato, cosa frequente, ei veniva a passare qualche ora presso di me; io lo pregavo a leggermi l’antico Testamento, cercando di scegliere quei passi che contenevano le profezie le più chiare concernenti il Messia. Ei mi compiaceva volentieri. Un giorno che io avevo avuto il bene di predicargli con più calore del solito l’Evangelo e il dovere di esaminare le sante scritture, gli vidi cadere le lacrime. – Voi siete più felice di me, lo confesso, diss’egli, d’aver la fede; ma, per me, parlo sinceramente, non posso credere che vi sia stata una immediata rivelazione di Dio. Tutti i ragionamenti coi quali io mi adoperavo per condurlo al sentimento contrario furono inutili, ed io feci di nuovo l’esperienza che non già l’uomo, ma Iddio solo può dare all’uomo la fede nella divina parola.

Nel corso dell’anno dopo la mia conversione, mi avvidi che mio fratello diminuiva le sue visite; e mi pareva molto meno aperto di prima alle mie rimostranze. Addoloratissimo di questo cambiamento, io mi sentii mosso a dimandargliene la cagione, e ne ricevetti una risposta da fare sgomento: che sulle prime infatti egli aveva creduto i miei principj fosser quelli del Cristianesimo, ma essendosi poi trattenuto su questo proposito con molti Cristiani amici suoi, gli avevano costoro mostrato gran maraviglia come io credessi tuttora a quelle tali dottrine ormai viete della religione di Cristo; lo che, aggiungeva mio fratello, abbastanza mostrava che noi avevamo abbracciato un sistema tutto nostro.

Queste parole mi afflissero amaramente. Per il momento, mi ristrinsi a dirgli che pur troppo vi erano molti falsi Cristiani, ma che in tutti i casi una sola cosa avevo da raccomandare a lui; esaminasse le scritture, e si mettesse in grado di giudicare con l’aiuto di Dio da sé stesso.

Frattanto le terribili prove colle quali il Signore non tardò a visitar la mia famiglia, prepararono nell’anima di mio fratello quel che gli artifizi dell’avversario volevano impedire.

Infatti, il mio povero padre, del quale i trasporti di collera diventavano ogni dì più frequenti, ci teneva inquietissimi. Ben presto ci accorgemmo tremando che la mente sua si turbava; l’anno dipoi, la violenza degli accessi mise la famiglia nella dolorosa necessità di collocarlo in posto sicuro, per evitare un male maggiore. Ma ciò che mi accresceva il dolore, si era che l’infelice mio padre durava sempre ad incolpare me come cagione unica de’ suoi sconcerti; e nella corrispondenza che egli teneva con questo caro fratello, continuava a caricarmi del suo odio e delle sue maledizioni. Pensate ora quanto il cuore amoroso e sensibile di mio fratello dovette soffrire in silenzio; perché me ne fece sempre un mistero. – Nelle lettere che ei scriveva in quel tempo a mio padre, e che io accuratamente conservo, lo scongiura, in nome di tutto quel che v’ha di più caro al mondo, di non fare più oltre gemere il suo cuore trattando con sì duri modi un fratello teneramente amato, e di tanto sincera pietà. Così egli si esprimeva già nel 1825.

Entro in tali triste particolarità per mostrare come le disgrazie preparavano l’anima di questo diletto fratello, e lo disponevano ad ascoltare talvolta con maggior fiducia quello che io gli dicevo. Non si era però osservato ancora nessun cangiamento nella sua maniera di considerare le cose.

La mia famiglia bel bello mostrava altre disposizioni verso di me; e già gli stessi principj del Cristianesimo v’erano, non dirò solamente tollerati, ma pur rispettati. – Finalmente, per la bontà di Dio, mio padre stesso cominciò a diventare più tranquillo; mostrò il desiderio di vedermi: e così dopo una separazione di circa un anno, io ebbi il bene di stringerlo con tenera e profonda commozione al mio cuore, in quel luogo terribile dove d’altronde aveva tutto ciò che poteva desiderare. La terza volta ch’io lo vidi, si rimetteva a gran passi, ed avemmo la speranza di vederlo presto rientrare fra i suoi. All’odio suo verso di me era subentrata, per bontà del Signore, molta tenerezza; ed io mi avvidi perfino che il suo cuore non era chiuso affatto ai miei consigli, né insensibile alle mie suppliche, quando io lo scongiurava a gettarsi, come un povero peccatore, a pie’ della croce. Ebbi pure con lui un discorso, che per un uomo, il quale, poco prima, non voleva sentir parlare di simili cose, faceva sperare non poco. Ma fu l’ultima volta ch’io sentii la sua voce, poiché gli si manifestò una malattia violenta, seguita a un tratto da uno sfinimento totale. Io mi recai in tutta fretta in quel fatale soggiorno, e vi trovai la mia povera madre e la mia povera sorella già occupate ad assisterlo. Egli respirava ancora, ma non conosceva più; io, in ginocchio, davanti a quel letto di morte, versai il mio dolore in seno di Dio, pregandolo per la salute del mio povero padre; ma quale fu mai la mia sorpresa, quando nell’alzarmi, al momento in cui mio padre esalava l’ultimo respiro, mi trovai inginocchiato accanto il mio diletto fratello!

In quel tempo, la morte colpì a più riprese la nostra famiglia. Mio zio e mio padre si seguirono da vicino nella tomba. Il temperamento nervoso di mio fratello se ne risentiva. Siccome egli era stato associato a mio padre nel commercio, trovò molti affari da mettere in ordine; cosa che lo teneva sempre in agitazione. Le tre prime settimane dopo la morte di nostro padre, ei lavorò senza posa, e con ardore incredibile. Ohimè! Noi eravamo ben lungi allora dal prevedere qual fosse il segreto pungolo di questa prodigiosa attività. – Quand’ebbe terminato tutto, mi disse con una significazione particolare: Ora io posso riposarmi; tutto è in regola. – Ei stava benissimo: fece una passeggiata con un tempo molto piovoso, e ne ritornò che si sentiva un certo malessere e del freddo; ma quel che fin da principio dava cattivo indizio, fu di vedergli tener fissi gli occhi sopra di me, con una certa guardatura smorta e sinistra che senza volere mi fece rabbrividire. Bentosto si dichiarò una febbre nervosa, accompagnata da una apatia e da un terribile disgusto della vita. Appena finite le mie visite, io mi mettevo al suo cappezzale, e ci facevo sempre nottata. – Il terzo giorno mi chiama: Siamo noi soli? mi dice, la mamma è uscita?… Senti: io son vicino a morire. – Sopraffatto dal dolore, incapace a parlare, io ebbi nonostante la forza di dirgli due parole per fissare la sua attenzione sopra lo stato dell’anima sua. Ei non voleva più medicine; ed avendogli io fatto osservare che il trascurare i mezzi di guarigione che la divina bontà ci mette dinanzi, era ingratitudine verso Dio: – È vero, rispose, io bramo di pregarlo, perché mi tolga questa colpevole indifferenza. – Io bramo di pregare! Queste parole uscite dalla bocca di mio fratello furono per me nel dolore stesso di non lieve allegrezza. Di fatti, si mise a pregare sotto voce, e intesi fra le altre cose che chiedeva al Signore di volere, se scampava da questa malattia, vivere ormai a gloria sua.

Frattanto il male avanzava rapidamente; i suoi patimenti divennero terribili. Allora spontaneamente gridò: O madre mia! Finora voi non avete creduto niente più di me che esistesse il maligno; ma ora io sento i suoi dardi infiammati, che mi trafiggono il cuore. A queste parole m’inchinai su quel caro capo esclamando: Io ti scongiuro, prega Dio in nome di Gesù Cristo; egli solo ha vinto Satana, egli può e vuole liberartene. L’infermo passò molte ore come assopito, ma nella mattina del sesto giorno della sua malattia, mi prese la mano, e mi disse: Caro fratello, non v’è più speranza per un sì gran peccatore. – Era il momento di aprirgli tutti i tesori del Vangelo di grazia: Se ti riconosci tale davvero, ripresi con fermezza, credi in Gesù Cristo, e la tua anima è salva. – Ei non rispose parola; i dolori atroci che sentiva di tanto in tanto gli toglievano la facoltà di parlare. Osservai ben presto ch’egli era fortemente preoccupato, e che i suoi occhi si portavano continuamente verso un medesimo punto: Fratello, ei gridò, io veggo davanti a me due strade; sopra una, cadaveri ed uomini vestiti di nero, ma sull’altra, persone in lunghe vesti bianche; e, aggiunse egli con una espressione piena di gioia, il nostro caro padre è fra queste. (Apoc. VII,13.) – Mio fratello, ch’io sappia, non aveva mai letto l’Apocalisse.

Finalmente apparvero tutti i sintomi di una morte vicina… Prostrazione totale di forze, letargo convulso… Egli passò molte ore della mattina con gli occhi semiaperti, e senza proferire una sola parola. Un silenzio profondo regnava in casa: la mia povera madre era in una stanza di sopra con mia sorella ed un amico di mio fratello; tutto era tranquillo. Lasciai un momento quel letto di patimenti, per andare nella stanza vicina a preparare una pozione per l’uomo del mio cuore, quando ad un tratto sento un mormorio confuso e commovente che usciva dalla camera del malato… Accorro precipitoso, e vedo mio fratello, che col pallor della morte sulle labbra, seduto in mezzo al suo letto, teneva con mano tremante le cortine aperte. Egli gridava a me con voce forte, ma con un tuono particolare: Chiama, chiama la mamma, chiama la mia sorella, io muoio, ma credo in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, io credo in Gesù Cristo mio Salvatore; egli è il padrone, il re dei re; tutti devono andare a lui; l’Europa, l’Asia, l’Affrica e l’America sono sue; ei deve regnare sopra tutta quanta la terra: annunziate nella Sinagoga che io son morto in suo nome. – Seguì poi una confessione dei suoi peccati, alcuni dei quali egli specificò. Molte altre frasi ancora, piene di vita, uscirono come un torrente dalla sua bocca. La commozione fortissima, e la maraviglia che allora provai m’hanno impedito di tenerle a memoria; perché senza volerlo, io m’ero gettato in ginocchio, lodando l’opera magnifica di Dio, che tanto visibilmente qui sfavillava. Preso d’un santo rispetto, ebbi la intima convinzione che lo spirito di Dio parlasse per la bocca di mio fratello, e gli desse quella significazione, quella energia tanto superiore alla poca forza fisica che gli restava. Un vecchio servitore fidato, cattolico romano, che in quel giorno lo custodiva insieme con me, si era inginocchiato egli pure dall’altra parte del letto. La voce forte del moribondo, in mezzo al silenzio del dolore che regnava in tutta la casa, si era fatta sentire fino alla camera di sopra, dove trovavasi la mia povera madre, e aveva fatto scendere precipitosamente quell’amico che era presso di lei. Israelita, ma poco sensibile e freddo, ei voleva acquietare ciò che riguardava come un trasporto al cervello: Calmati, amico mio; diceva egli al mio fratello interrompendolo. Questi, gettando sopra di lui uno sguardo in cui si dipingeva tutta l’anima sua: Credi tu, gli disse, che questo sia un accesso di febbre? No, no, amico mio, è l’eterna verità. – Poi volgendosi a me: Vieni, caro fratello, mi disse egli, vieni, che io ti dia ora un bacio veramente fraterno. – Io bagnai con le mie lacrime quel capo a me caro. Quindi egli, sfinito, cadde in un assopimento di molte ore. Verso la sera però, essendosi riavuto, gli domandai se aveva ben la consapevolezza di quanto era accaduto nella mattinata. – Oh sì! rispose, e ne sarei stato incapace senza la forza che viene dall’alto.

Queste furono le ultime parole connesse che io raccolsi dalla sua bocca; una febbre più gagliarda venne a rapire le ultime scintille della sua vita, e l’indomani egli riposava nel seno di Dio. – Per salvare le apparenze, si eran dati premura di chiamare un rabbino che recitasse al suo letto le preghiere dei moribondi. Nel momento in cui mio fratello rese lo spirito, io esclamai: Egli è presso Gesù Cristo! – No, riprese il rabbino alzandosi bruscamente, egli è morto come un vero figlio d’Abramo. – Avete ragione, risposi, perché Abramo credè in colui che ha salvato mio fratello.

Iddio, quasi per render più viva la commozione che questa morte doveva eccitare sull’anima mia, permise che ella accadesse precisamente nel 20 ottobre, quarto anniversario del giorno in cui io aveva ricevuto l’acqua del S. Battesimo: così, il medesimo giorno in cui io ero stato introdotto nella chiesa cristiana, quattro anni più tardi, il mio diletto fratello, battezzato dal fuoco e dallo spirito del nostro Dio, fu riunito alla chiesa dell’Alto. Questa coincidenza che mi parve tanto notevole fu uno dei motivi che mi hanno indotto ad unire quì il racconto della conversione di mio fratello. Dopo la sua morte noi trovammo i suoi affari assestati, e tanto in regola, che vedemmo chiaramente esser egli stato mosso da segreto presentimento della sua fine. Nel banco ove per solito scriveva per molte ore della giornata, io trovai la corrispondenza da me tenuta con lui nel corso dell’anno, ove m’era stato concesso di esporgli minutamente tutto il consiglio di Dio. Né vi rinvenni altre lettere; ma ciò che mi fece ancor più maraviglia si fu di trovare scritto di sua mano nel suo portafoglio usuale, un verso notissimo del poeta cristiano Cowper, il quale parla in esso al medesimo tempo della vanità delle cose terrene, e della ferma speranza ch’egli avea sulla gratuita salvazione per mezzo della fede.

Alla nuova di mio fratello, una nostra zia materna cadde morta; poche settimane dopo, una sorella di mio padre spirò di subita morte nelle mie braccia; di modo che io portai nel tempo stesso il bruno di cinque dei miei più prossimi parenti! – Dopo tali tempeste, piacque però al Signore di accordarmi più sereni giorni; e più tardi mi concesse nell’amore suo una compagna cristiana e cari figli. Sopra di essi è stato già invocato il nome di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, ed ora fanno la felicità della nostra unione, l’argomento abituale delle nostre preghiere, onde vivano e muoiano alla gloria di quel Dio, le misericordie infinite del quale sonosi manifestate verso il più indegno de’ suoi servi.

Ed ora terminando, a voi mi rivolgo, anime cristiane. Voi avete veduto dalle mie parole il trionfo della grazia nella conversione di due fratelli Israeliti che il Signore, nella sua grande misericordia, volle salvare dalla perdizione; avete veduto ch’Ei li ha tirati a sé per differenti vie: qualunque però sia stata questa differenza, la sorgente della benedizione da loro provata è stata per l’uno e per l’altro il medesimo amore gratuito del Dio vivente. Orsù dunque! inviti anche voi questo amore a render gloria a Dio! Possa il racconto che vi è stato fatto esser benedetto per le anime vostre, e contribuire, in qualche modo, a fortificare la vostra fede, a rianimare la vostra speranza, e a vivificare la vostra carità!

E a questa carità soprattutto io mi volgo; poiché se voi foste mossi ed indotti a render grazie a Dio per la sua fedeltà verso mio fratello, ch’Ei volle liberare quasi ad un tratto dai suoi peccati e dalle sue lotte, per fargli pienamente godere della salute ch’Ei gli aveva acquistato col suo proprio sangue, non dimenticate che l’altro fratello, quantunque per la grazia di Dio, sappia in Chi egli ha creduto, è sempre però in questo luogo di battaglie; e se da un canto rallegrandosi con tremore, ardisce dire con San Paolo: Io ringrazio Iddio per mezzo di Gesù Cristo Signor nostro, deve ancora giornalmente sospirare col medesimo Apostolo, e dire: Chi mi libererà dal corpo di questa morte! Pensate adunque a lui nelle vostre suppliche.

Alla vostra carità mi volgo ancora, o fratelli miei nella fede. Il cuore di quella madre che ha portato nel suo seno i due fratelli, ai quali Cristo ha usato misericordia, non s’è ancora convertito, pensateci, a quell’adorabile Salvatore, ma vive tuttora in mezzo alle tenebre. In nome del Dio di carità, nel quale noi abbiamo trovato la vera vita, non dimenticate quella povera madre, ma unite le vostre preghiere a quelle dell’unico figlio che le resta, affinchè Ella impari a conoscere Colui che solo fa la nostra gioia. Che questa grazia si spanda pure sulla mia cara sorella!

A questa carità finalmente io mi volgo; perché se voi avete veduto con una gioia cristiana come il Signor di grazia, nella ineffabile sua bontà, ha voluto prendere alcuni ramoscelli dispersi per innestarli di nuovo sopra l’olivo domestico, non dimenticate che nel mondo intiero si trovano di questi rami sparsi, senza forma né apparenza, senza frutto né verdura, ma vi circola pur sempre il succo delle più gloriose promesse. Non dimenticate che se quanto all’Evangelo e’ sono ancora nemici per voi, quanto all’elezione sono amati per i loro padri; perciocchè i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimenti (Rom. XI, 28, 30). Ricordatevi che siccome ancora voi già eravate disubbidienti a Dio, ma ora avete ottenuto misericordia, per la disubbidienza di costoro: così ancora costoro al presente sono divenuti disubbidienti; acciocchè per la misericordia che vi è stata fatta, essi ancora ottengano misericordia. Soprattutto non dimenticate l’immenso privilegio al quale voi siete chiamati, affin di essere, colle vostre preghiere per Israele, e colla vostra carità verso di lui, cooperatori con Dio che vuol salvare gl’Israeliti per la sua gloria, sì, per la sua gloria; perciocchè, se il lor rigettamento è la riconciliazion del mondo, qual sarà la loro assunzione, se non vita da’ morti? (Rom. XI, 15)

Non è lontano il giorno, quel beato giorno che l’Apostolo salutava con adorazione e con estasi, quando ei gridava: “O profondità di ricchezze, e di sapienza, e di conoscimento di Dio! quanto è impossibile di rinvenire i suoi giudicii, e d’investigar le sue vie!” (Rom. XI, 33) quel giorno che l’Eterno indicava ad Israel, allorchè gli diceva per la bocca di Mosè: “Or avverrà che, dopo che tutte queste cose, la benedizione e la maledizione, le quali io ho poste davanti a te, saranno venute sopra te; e tu te le ridurrai a mente fra tutte le genti, dove il Signore Dio t’avrà sospinto: e ti convertirai al Signore Iddio tuo, ed ubbidirai alla sua voce, tu, ed i tuoi figliuoli, con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua, interamente come io ti comando oggi: il Signore Dio tuo altresì ti ricondurrà di cattività, ed avrà pietà di te, e tornerà a raccoglierti d’infra tutti i popoli, fra i quali il Signore Dio t’avrà disperso. Avvegnachè tu fossi stato sospinto all’estremità del cielo, pure il Signore Dio tuo ti raccoglierà di là, e ti prenderà di là: e il Signore Dio tuo ti condurrà nel paese che i tuoi padri avranno posseduto, e tu lo possederai: ed Egli ti farà del bene, e ti accrescerà più che i tuoi padri”. (Deut. XXX, 1, 5) Sì, il Signore è fedele! Con giuramento pure egli ha promesso ad Abraham che la sua posterità possederebbe un giorno Canaan, dal fiume d’Egitto fino al fiume grande, ch’è il fiume Eufrate. (Gen. XV, 18; Esod. XXIII, 31; Gen. XXVI, 3; Salm. CV ,9); e che questa possessione sarebbe in perpetuo (Gen. XIII, 15), una possessione perpetua (Gen. XVII, 7, 8), per sempre. (2 Cron. XX, 7)

Ecco la grande promessa che fin qui non ha avuto il suo compimento. Israel, è vero, ha posseduto il paese di Canaan, ma non mai in una estensione di territorio, né per un tempo proporzionato alla grandezza della promessa. E solamente sotto il regno di Salomone i confini del regno d’Israel sono stati portati fino all’Eufrate, e questo trionfo è stato breve; di maniera che il profeta Isaia, in una commovente preghiera in cui egli enumera le benedizioni dell’Eterno e le numerose liberazioni delle quali Israel era stato un tempo l’oggetto, ricordandosi di questa promessa dell’eredità di Canaan, esclama: Rivolgiti, per amor de’ tuoi servitori, delle tribù della tua eredità: il popolo della tua santità è stato per poco tempo in possessione. (Isaia, LXIII, 18) – Così questa promessa d’una possessione perpetua non è stata ancora adempita; ma lo sarà.

Sì, lo sarà sotto il regno del vero Salomone, del Messia promesso, del Signor di gloria, del re d’Israel, perché egli dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino all’estremità della terra. (Salm. LXXII, 8) Sì, lo sarà, quando l’Eterno si sarà rivolto verso di Sion ed abiterà in mezzo di Gerusalemme, quando Gerusalemme sarà chiamata la città di verità, e Monte del Signor degli eserciti, Monte Santo… Allora l’Eterno dirà: Ecco, io salvo il mio popolo dal paese del Levante, e dal paese del Ponente: e li condurrò, ed abiteranno in mezzo di Gerusalemme, e mi saranno popolo: ed io sarò loro Dio, in verità, ed in giustizia. (Zac. VIII, 3, 7, 8) E v’è ancora speranza per te alla fine; dice il Signore: ed i tuoi figliuoli ritorneranno a’ lor confini; ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che io seminerò la casa d’Israel e la casa di Giuda, di semenza d’uomini, e di semenza d’animali: ed avverrà che, siccome io ho vegliato sopra loro, per divellere, e per diroccare, e per distruggere, e per disperdere e per danneggiare: così vigilerò sopra loro, per edificare, e per piantare; ecco, i giorni vengono, che questa città sarà riedificata al Signore, dalla torre d’Hananeel infino alla porta del cantone; e la funicella da misurare sarà ancora tratta lungo il colle di Gareb, e girerà verso Goa; e tutta la valle de’ corpi morti, e delle ceneri, e tutti i campi infino al torrente Chidron, ed infino al canto della porta dei cavalli, verso Oriente, sarà luogo sacro al Signore: essa non sarà giammai più diroccata, né distrutta. (Gerem. XXXI, 17, 27, 28, 38, 40)

Ah! se, per un impulso divino, queste pagine cadessero fra le mani di alcuni che son figli d’Abraham, ma di Abraham non hanno la fede; di quelli Israeliti, miei fratelli diletti secondo la carne, che ora son poveri, ma con la ricchezza della parola divina fra le mani; miserabili, ma col sangue di profeti nelle vene; erranti e disprezzati sopra tutta la terra, ma con la promessa, convertendosi, d’un’eterna gloria; queste pagine, dico, rammentin loro, che quella Parola, quelle promesse, quel sangue dei profeti li spingono ad esaminare attentamente di chi quei profeti hanno parlato, da chi quelle promesse avranno il loro adempimento per essi, di chi quella parola è piena. Sì, possano essi presto, per la grazia di Dio, riconoscere che quella Bibbia preziosa che essi conservano, e sulla quale la loro fede come la nostra è stabilita, contiene profeticamente tutta la storia del Messia, l’origine, la natura, la nascita, la vita, la morte, la sua resurrezione e l’ascensione alla destra del Padre celeste, il suo regno spirituale, il suo ritorno in gloria, finalmente il suo regno come re d’Israel, sacrificatore e profeta.

Ecco ciò che le indagini mie sulla parola di Dio mi hanno insegnato… Possano queste pagine eccitare in loro pure il desiderio di ricercare la verità! Essi vedranno che il Messia promesso ai nostri padri ha dovuto essere il Figlio unico di Dio, il Dio Eterno, uno col Padre e lo Spirito Santo, secondo le Scritture; perché egli è chiamato Dio e Figlio di Dio da David (Salm. XLV, 8, e Salm. CX e II); da Isaia, il Dio forte e potente (Is. IX, 5); da Geremia, l’Eterna nostra giustizia (Ger. XXIII, 6); da Malachia, il Signore (Mal. III, 1); che questo Messia doveva prendere la nostra natura e nascere da una Vergine, secondo le Scritture; imperocchè egli è chiamato progenie della donna (Gen. III, 15), Figliuolo d’una Vergine (Isaia, VII, 14); che questo Messia doveva nascere di Abraham, d’Isaac e di Jacob, secondo le Scritture; imperocchè egli è chiamato la progenie d’Abraham (Gen. XXII, 18); che egli doveva essere della tribù di Giuda e della Casa di David, secondo le Scritture; imperocchè egli è chiamato il rampollo del tronco d’Isai (Isa. XI, 1), il germe giusto di David (Ger. XXXIII, 5); che egli doveva nascere a Betleem (Mich. V, 1); che a quel tempo lo scettro sarebbe stato rimosso da Giuda (Gen. XLIX, 10); che il Messia avrebbe Elia per precursore, predicando nel deserto e acconciando e addirizzando la strada secondo le Scritture (Is. XL, 3, Malach. III, 1); che il Messia accompagnerebbe i suoi insegnamenti con molti miracoli (Is. XXXV, 5, 6); che egli farebbe il suo ingresso a Gerusalemme sopra di un’asina (Zac. IX, 9); che egli apparirebbe povero ed umile, non avendo in lui né grado né splendore, come il negletto e l’ultimo degli uomini (Is. LIII, 2, 3); che uno de’ suoi discepoli lo tradirebbe (Salm. XLI, 10); che egli sarebbe venduto per trenta danari (Zach. XI, 12); ch’ei sarebbe percosso di verghe, esposto allo scherno, e gli sarebbe sputato in viso (Isaia L, 6); che egli sarebbe messo nel numero dei trasgressori (Isaia LIII, 12); afflitto e battuto da Dio (id. v. 4); ma che questi patimenti sarebbero sopra di lui a cagione dei nostri misfatti (Isaia LIII); che la sua anima sarebbe in grande angoscia a cagione delle nostre iniquità (Salm. XXII, 2; Isaia LIII); che sarebbe crocifisso (Deut. XXI, 23); che gli trafiggerebbero i piedi e le mani (Salm. XXII, 16); che pure alla croce sarebbe beffato e abbeverato di fiele e di aceto (Salm. XXII, 6; LXIX, 22); che si dividerebbero le sue vesti, poi che si getterebbe la sorte sopra la sua veste (Salm. XXII, 19); che i suoi ossi non sarebbero fiaccati (Esod. XII, 46); che la sua morte sarebbe una morte violenta (Isaia LIII, 8; Dan. IX, 26); che si ordinerebbe la sua sepoltura con malfattori, ma egli sarebbe col ricco nella sua morte (Isaia LIII, 9); che tuttavia egli non sentirebbe la corruzione della fossa (Salm. XVI, 10); ma che nel terzo giorno risusciterebbe (Isaia LIII, 10; Giona II, 1); che salirebbe al cielo per assidersi alla destra del Padre (Salm. LXVIII, 19); e che di là manderebbe il suo Spirito Santo (Gioele, II, 28).

Dopo che voi avrete riunito così tutti quei tratti del Messia promesso, che l’Eterno ha voluto delineare sì chiaramente e sì distintamente, fino alle più piccole particolarità, affinchè Israel non si lasciasse ingannare da qualche falso Messia; dopo che avrete come messo davanti a voi, per confrontarla, l’immagine di Colui sul quale posa la vostra salute, aprite, o miei cari fratelli secondo la carne, il nuovo Testamento, chiedendo a Dio di concedervi di esaminarne il contenuto, con desiderio sincero di conoscere la verità; e la luce sfolgorante del Dio di verità vi farà riconoscere con adorazione, che tutti i caratteri del vero Messia si ritrovano, ma colla più scrupolosa esattezza, nella persona, vita e morte di Gesù Cristo, questo Salvatore benedetto in eterno, il quale presto ritornerà alla gloria con i suoi Santi; e allora Gerusalemme gli sarà in nome di gioia, in laude ed in gloria appresso tutte le nazioni della terra, che udiranno tutto il bene che farà ad Israel; imperocchè io “ritrarrò di cattività Giuda, ed Israel, e li redificherò come erano prima: e li purgherò di tutta la loro iniquità per la quale hanno peccato contro a me, e perdonerò loto tutte le iniquità per le quali essi hanno peccato contro di me, e per le quali essi hanno misfatto contro a me”. (Ger. XXXIII, 7,8)

Poi vidi de’ troni, e sopra quelli si misero a sedere de’ personaggi, ai quali fu dato il giudicio: vidi ancora le anime di coloro che erano stati decollati per la testimonianza di Gesù, e per la parola di Dio; e che non aveano adorata la bestia, né la sua immagine; e non aveano preso il suo carattere in su le lor fronti, ed in su la lor mano: e costoro tornarono in vita, e regnarono con Cristo que’ mille anni. E il rimanente de’ morti non tornò in vita, finchè fossero compiuti i mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beato e santo è colui che ha parte nella prima risurrezione: sopra costoro non ha podestà la morte seconda: ma saranno sacerdoti di Dio, e del Messia (Cristo), e regneranno con lui mille anni (Apocal. XX, 4-7).

E lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni. Chi ode dica parimente: Vieni. E chi ha sete venga: e chi vuole, prenda in dono dell’acqua della vita. (Apocal. XXII, 17) Amen!

Fonte: http://www.lanuovavia.org/testimonianze_conversioni9.html

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